Tuesday, 31 March 2020

Ridatemi Toto!

Il Vietnam e la musica non vanno d'accordo...decisamente... Da quando sono ad Hanoi (due settimane) e in particolare in albergo, mi stanno sfracassando gli zebedei con sta musichina da ascensore perennemente in sottofondo, nella hall, in tutti i corridoi, ovviamente in ascensore, e io che sono fortunata ho un altoparlante giusto fuori dalla mia porta. Posso dire che adesso la canzoncina di Titanic mi fa lo stesso effetto di un lassativo...
E come se non bastasse, stamattina mentre passeggiavo, mi sono trovata davanti questo:



Non serve che commenti, no?

Comunque, sono qui per la mia ultima missione dell'anno, e finalmente per una volta sono in un posto che vale la pena visitare! E' pieno di turisti e non sapete come ho goduto a pensare che io non ho pagato quasi niente per stare qui due settimane! Altro che Valtour, la mia organizzazione é mille volte meglio ;)

Insomma, stavolta mi sono organizzata e sono arrivata di sabato mattina per avere un po di tempo per andare in giro per Hanoi e per smaltire il jet lag di 6 ore e il volo di 11 ore senza scali...roba da masochisti veri, oltretutto visto che da qualche anno non riesco piu ad addormentarmi anche in piedi su un piede solo come facevo prima... Quindi sono arrivata che ero abbastanza sfatta, ma sono riuscita a riprendermi e a farmi dei bei giri per la città vecchia, che é giusto girato l'angolo.

Io l'Asia la conosco poco, ma rispetto a quello che ho visto a Kuala Lumpur o a Jakarta, Hanoi é molto meglio, perché c'é tutta una vasta area attorno a un laghetto (artificiale presumo) fatta di casette basse, in stile coloniale, negozietti, stradine, e si chiama Old City appunto. E' molto pittoresca, e puoi andare in giro per ore perdendoti tra le viuzze e scoprendo scorci da fotografare. Pero' non é la miglior cosa da fare se si é leggermente stressati o nervosi: a parte il traffico frenetico di motorini che cercano di investirti puntualmente ogni volta che metti piede gu dal marciapiede, cosa che avviene ogni 10 secondi perché i marciapiedi sono invasi dalla mercanzia, tra il casino, i colori, i rumori, gli odori, la quantità di gente, la puzza di scarico, e tutto il resto dopo 3 ore sei completamente rintronato e l'unica cosa che vuoi é andarti a rifugiare in albergo sotto le coperte nel silenzio.

Onestamente: un incubo. Mentre camminavo sono stata tamponata dal retrovisore di un motorino, da un'anziana signora in bicicletta, e quasi strisciata da una macchina. Il tutto con la piu' grande nonchalance, come se niente fosse successo. Per fortuna che per attraversare la strada avevo il prezioso consiglio di un mio saggio collega italiano: chiudi gli occhi e vai. Non c'é speranza che loro si fermino, tanto. Devono avergli disattivato i freni dai motorini, o magari non sono in dotazione sul mercato locale. Loro comunque non sanno come funzionano, perché non accennano nemmeno a usarli. L'unica cosa che puoi fare, se non vuoi morire di vecchiaia sul ciglio della strada, é mettere un piede giu, sperare in dio, fare un passo e poi un altro, facendo finta di niente. Soprattutto mai esitare, mai cambiare ritmo o fare l'errore di accellerare o rallentare, senno' ti arrotano. Se invece cammini a occhi chiusi con un passo cadenzato, quello sciame di moscerini magicamente si apre intorno a te e crea un varco sufficiente perché tu possa passare, e poi si richiude alle tue spalle. Quindi mai e poi mai esitare, o finisci male.

Per non parlare poi del delirio per orientarsi. Finché vai in giro bighellonando senza meta va tutto bene, ma quando finalmente vuoi tornare indietro, allora é finita. Meno male che io ero dotata di raffinati ordigni tecnologici, ma sul mio telefono devono aver montato la mappa di Hanoi al contrario per dispetto, perché ogni singola volta che ho cercato di orientarmi mi sono ritrovata sulla strada giusta ma in senso contrario. Di sicuro non é colpa del mio senso dell'orientamento. E non ero la sola, perché ad ogni angolo di strada c'era un turista, senza discriminazione tra orientali e occidentali, con il telefono in mano e un grosso punto interrogativo ondeggiante sulla testa. 















Poi, visto che comunque siamo in Asia, ci sono anche angoli di pace e bellezza che ti rimettono in pace col mondo, tipo la zona del mausoleo di Ho Chi Minh, dove c'é un bel parco, la casa dove lui abitava vicino a un laghetto, e una pagoda che si regge su un solo pilastro, oppure un tempio su un'isoletta su un altro laghetto in città.






Ma almeno qui, come dicevo, c'é un quartiere dove passeggiare a piedi e guardarsi in giro, anche se il 90 per cento dei negozi sono negozi per turisti. A Jakarta c'era ma erano due strade, e a Kuala Lumpur ho passeggiato a Chinatown, ma tutto il resto della città erano palazzoni, grandi magazzini, scintillanti negozi, grattacieli e slums, ma di passeggiare nemmeno a parlarne.

Comunque il lunedi sono andata in ufficio e poi siamo partiti con i miei colleghi per andare a Quang Tri, al centro del Vietnam sulla costa, dove abbiamo un ufficio, e quindi ho avuto modo di vedere una cittadina che di turisti non ne ha in compenso mai visti. Durante la guerra civile era l'ultima città del Sud, e il confine con in Nord passava giusto sopra. Oggi sono passati 50 anni ma il motivo per cui noi lavoriamo li é che ogni anno continuano a nascere migliaia di bambini disabili a causa del cosiddetto Agent Orange, che i simpatici Americani hanno usato a profusione per disboscare e disinfettare tutto quello che hanno potuto, lasciando un altro bel regalino a questa gente.

Siamo rimasti li a lavorare fino al giovedi, poi i miei colleghi sono tornati ad Hanoi mentre io sono andata a Hue, un po piu' a sud, per approfittare del weekend. Hue é l'antica capitale imperiale e c'é una cittadella fortificata dove l'imperatore governava, riceveva e viveva con la sua famiglia, un po' come la città proibita di Pechino ma un po' piu piccola. E' molto interessante, e alcuni palazzi sono molto belli. Hue pero' é stata molto colpita dalla guerra, qui c'é stato uno dei massacri piu' sanguinosi e ancora irrisolti degli scontri tra vietnamiti del Nord (i comunisti di Ho Chi Minh) e quelli del Sud (filoamericani), e anche la città imperiale é stata abbondantemente bombardata. Per cui alcuni dei palazzi sono andati distrutti e al loro posto ci sono pezzi di prato, e fa un po' impressione anche perché di quello che ho visitato io é il solo segno che qui c'é stata una guerra.














Sono finita per puro caso in un B&B veramente carino, in una casa, gestito da ragazzine che non dovevano aver superato la pubertà secondo me, con 4 cagnolini adorabili che scorrazzavano in giro e un giardino molto grazioso. Sono state fortunate che il cucciolo bianco non é magicamente scivolato nella mia valigia...




Qui adorano i cani, ci sono un sacco di negozi per animali, di toeletta, cibo, trasportini, cucce, e di tutto di piu. L'unico inconveniente é che rischi di calpestarli con una cera facilità, perché il piu' grande che ho visto aveva le dimensioni di un barboncino, figuratevi gli altri. E comunque tendono a essere pelosi, arruffati, con gli occhioni e la coda arricciata...cartoni animati insomma!

Poi sono andata a Hoi An (che sarebbe Hanoi con le sillabe invertite, piu o meno, per facilitare la memoria), una cittadina ancora più a sud famosa per le casette coloniali sul fiume e le barche dei pescatori. Ci sono arrivata in macchina di sera, dopo 3 ore di viaggio, e quando sono uscita per esplorare un po' devo dire che sono rimasta piuttosto a bocca aperta. A parte un brulicare di turisti da far impressione, é tutto una luce, sembra la Las Vegas vietnamita ma in forma poetica. Il fiume é letteralmente ricoperto da barche che fanno su e giù portando una o piu lanterne colorate, ogni strada é coperta da lumi e ogni locale, ogni palazzo, ha una profusione di lanterne a tutti i piani. In compenso non ci sono lampioni, quindi sei immerso in questo incanto irreale, da tutti i lati, ed é piuttosto suggestivo.













Le mie abilità di fotografa non mi hanno permesso di riprendere al meglio questo posto fiabesco, ma vi assicuro che c'é da restare imbambolati. Poi chiaramente dopo un po' ti accorgi che é tutta un enorme luna park per turisti, che si affollano qui come me per ammirare lo spettacolo delle mille luci. Ma non c'é molto di autentico e alla fine ogni edificio é un ristorante o un negozio di souvenirs. Il mattino dopo tutto aveva un'aria diversa, pioveva, e ti accorgi di come appare il carrozzone senza trucco, con le lanterne che sono tutte slabbrate, i cassonetti straboccanti di immondizia, il fiume giallo con pesci morti che galleggiano lungo la riva... Insomma, tutto molto bello ma anche tutto molto finto.
Ho esplorato il resto della città, che anche di giorno appare grazioso, ma dopo un po' ti stufi di andare di negozio in negozio. Non che non meritasse di essere visto, solo non serve restare troppo a lungo.











Friday, 23 November 2018

Back to Gz


Due anni sono passati, e sono successe un sacco di cose, tantissimi cambiamenti... Ma io in fondo era questo che aspettavo, fin dall’inizio...Non me ne sono resa conto finché non mi sono ritrovata li, catapultata indietro nel tempo ma con la sensazione di non essere mai andata via, e di aver sempre saputo che sarei tornata...

Sono tornata a Gz.... o a CAZA, come direbbe la cretina di mia cugina ;)

Prima mi sono fatta una settimana ad Amman, per tenere una formazione a miei colleghi che venivano da ogni parte del medio oriente, Giordania, Palestina, Libano, Egitto, Siria...
E’ stata un’esperienza bellissima perché per la prima volta ho potuto fare una sessione estesa, di 5 giorni anziché i soliti 2, con persone che erano li’ perché sono stati identificati come focal points per l’accessibilità nei loro programmi e quindi erano più che interessati a quello che avevo da mostrargli. E poi per la prima volta ho potuto parlare di tutto, entrando nei dettagli, facendo esercizi pratici, con loro che mi seguivano nonostante avessero fatto un’altra formazione la settimana prima e quindi fossero già belli bolliti... Insomma, é stata una settimana intensa ma ne sono uscita davvero soddisfatta e con la sensazione che per una volta quello che ho fatto avrà un seguito utile...

E poi sono partita per la Palestina, via terra, attraverso il ponte di Allenby con M., il ragazzo che adesso ha il ruolo che io avevo due anni fa. Solo che lui lo hanno fatto passare senza problemi, nonostante a Gz lui in questo momento ci lavori. A me invece i simpatici Indiani (eh si, mi tocca ricominciare con i nomi in codice!) mi hanno fatto aspettare per 3 ore, venendo ogni tanto a rifarmi le stesse domande, mentre io ero al telefono con il nostro logista che cercava di mettersi in contatto con la persona che facilita il passaggio di chi lavora per le ONG, e cerca di contrattare con gli Indiani. Ma stavolta hanno superato se stessi e, mai visto nella storia, mi hanno rifiutato il passaggio e l’ingresso in Indialandia, passaggio obbligato per la Palestina. E’ una roba che nessuno ha mai sentito, che ti facciano fare la muffa per ore e ore é abbastanza normale, ma che alla fine non ti facciano passare, non succede a nessuno.

Nessuno a parte me, naturalmente!

Per cui mi sono dovuta rifare un’ora di macchina indietro fino ad Amman, dove ho passato il weekend facendo qualche passeggiata con un collega e finendo per combinazione nello stesso bar dove avevamo passato una serata con S. quando siamo passati da Amman per andare a Petra... Ed é stato il primo flash, passare davanti al divanetto su cui eravamo seduti, con la sensazione di vedere le nostre ombre di tre anni fa, l’impronta dei nostri corpi, in parallelo mentre io passavo adesso... 

Il lunedi mi sono rifatta tutta la simpatica traversata, mi hanno fatto aspettare altre 3 ore, mi hanno rifatto le solite domande, mi hanno ripetuto le stesse castronerie (per esempio che avevo bisogno di un visto di lavoro, cosa che non é assolutamente vera), facendo i gentili e intanto mettendo in atto tutte le strategie possibili per farmi innervosire, compreso chiamarmi 2 volte per farmi arrivare fino allo sportello e poi rimandarmi a sedere, cosi’, senza motivo. Sono veramente indisponenti, e tutto l’odio che avevo accumulato e dimenticato nel tempo me lo hanno fatto riuscire fuori cosi’, in un attimo. Come se io ci passassi perché mi va da Indianapoli, e non perché loro si sono presi tutto il territorio e si arrogano il diritto di decidere loro chi va e chi non va a Gz, come se fossero dio...

Lasciamo stare...

Insomma la seconda volta non hanno potuto piu’ fare orecchie de mercante rispetto alle telefonate sempre piu incazzate del mediatore, e quindi mi hanno fatta passare. Il povero taxista, che era lo stesso della volta prima, mi aspettava pure lui mezzo morto di fame, per cui la prima cosa che abbiamo fatto é stata deviare verso Jericho e fermarci a prendere un panino con felafel... Ed ero li, su quelle stesse strade, la rotonda con le panchine, e poi la strada principale che passa a fianco dell’albergo dove abbiamo fatto la retreat quando la mia capa ha preso il volo, e poi la strada tutta curve che sale dal mar morto verso la città, e il punto dove é segnato il livello del mare e che si raggiunge dopo essere saliti e saliti per almeno venti minuti, tanto é infossata la valle del Giordano...

E poi la città, che arriva piano piano, e da quel lato ti fa arrivare direttamente nel quartiere dove abbimo l’ufficio e la guest house... Ed eccola li, la strada che passa davanti al piccolo supermercato e poi arriva davanti a quella casa come tante, a tre piani, di pietra bianca di gerusalemme, con il cancello che non si chiude bene e tre piani di scale su cui trascinarsi la valigia. E alla fine, apro la porta e sono dentro, e tutto é uguale, persino l’odore... Il divano su cui ho dormito quando Ben é venuta a trovarmi e tutti i letti erano occupati, la cucina a vista, il bagno con i tappetini a forma di cerchi colorati, il terrazzo su cui sono stata attaccata dal corvo mannaro, il tavolo di plastica verde sui cui con S. abbiamo fatto piu’ di una cena guardando le luci della città... Mi girava un po’ la testa, non so spiegare la sensazione cosi’ forte che ho provato a ritrovarmi in quelle stanze, a ritrovare gli oggetti che riconoscevo e a scoprire quelle poche cose che prima non c’erano...

Il giorno dopo sono passata dall’ufficio a salutare il capo missione, che non é piu’ Gui ovviamente, ma un’altro, che io avevo conosciuto ad Haiti e che adesso vedere in quel contesto mi ha fatto troppo strano. Ma anche li’ l’ufficio é sempre uguale, la signora delle pulizie che mi ha fatto un sacco di feste, gli altri (pochi) colleghi che c’erano (visto che quell’ufficio é sempre stato e continua a essere sempre deserto)...
E poi mi hanno messa sul solito taxi, con la solita procedura, in viaggio verso sud... Lo stesso paesaggio, gli stessi nomi che scorrono di fianco alla macchina, le stesse fermate dell’autobus in cemento a forma di punto interrogativo disperse nel nulla con gente che aspetta e non si capisce da dove sia arrivata e dove mai debba andare, che intorno c’é solo deserto... E invece no, intorno ci sono sempre le colonie, sempre piu’ colonie, che continuano a mangiarsi il territorio pezzetto per pezzetto... E ci sono sempre i ragazzi ventenni vestiti da soldato, con le divise verdi e il fucila a tracolla, che chiacchierano mentre aspettano l’autobus di fianco alla vecchietta con le buste della spesa e al corvaccio con i boccoli che gli escono dal cappellaccio nero... Tutto uguale, niente di cambiato...

Niente di cambiato nemmeno arrivando a Ez, la stessa sensazione da un lato di stomaco che si stringe, quando quel gigantesco hangar ti si para davanti enorme e incombente, con tutto quel filo spinato, le telecamere e il muro che ti spezza brutalmente lo sguadro da quel punto in poi. E dall’altra la sensazione di potenza, di privilegio, per essere una delle poche persone autorizzate a passare dall’altra parte, in quella terra che solo pochi possono vedere e tu sei uno di quelli, una terra che potresti pensare sia finta, sia tutta un’invenzione, non é possibile che dall’altra parte di quel muro ci sia vita vera, normale... Eppure tu ci sei stato, e ci stai andando di nuovo, e l’iter é lo stesso, le cose che ti chiedono sono le stesse, persino la ragazza al secondo sportello é la stessa, un  po’ appesantita, di un colorito direi verdognolo, con le occhiaie piu’ infossate e lo sguardo piu’ perso nel vuoto, visto che sono 3 anni che sta in quel buco di posto a guardare i documenti di quei quattro gatti al giorno che passano di li... 

Il tunnel é ancora li, una lunghissima cicatrice di metallo, un’infinita gabbia uncinata al suolo per un chilometro che non finisce mai. Ma non ci si passa piu’ dentro, chissà perché hanno cambiato metodo i simpaticoni, e adesso c’é un pulmino sgangherato che gli corre a fianco e ti scarica dall’altra parte, al primo check point. E li sorrisi e strette di mano con l’autista, che ancora non ha imparato a parlare inglese e con cui quindi la conversazione si spegne dopo i convenevoli, ma che sta bene ed é in forma ed é ancora li’.
Il secondo check point é un po’ cambiato ma soprattutto non controllano piu’ i bagagli...pensa che sogno se fosse stato cosi’ all’epoca, sai i chili di salame e i litri di birra che sarebbero passati nascosti tra mutande e calzini! In realtà non lo so se avrei avuto il coraggio di farlo, ma é divertente pensarlo. E in fondo di salami mascherati ne ho contrabbandati non pochi pure io, ma non avrei mai avuto il coraggio di provarci con l’alcol. Meno male che ho ancora un po’ di buon senso...

E in quel punto, subito dopo passato il secondo check point, quello dei barbuti, c’e’ stato un attimo in cui tempo e spazio si sono concentrati sul mio polso, perché portavo il braccialetto che S. mi ha regalato e che per tutto il tempo, soprattutto mentre gli indiani mi trattenevano o mi interrogavano o mi perquisivano, io sentivo sulla pelle come fosse caldo, come se avesse una vita propria. Perché su quel braccialetto ci sono le coordinate del punto in cui ci siamo incontrati per la prima volta, 4 anni fa... e quelle coordinate erano li, in quel punto preciso, appena passato il check point, all’estremo nord di Gz... E quindi, a parte che é il regalo più bello che abbia ricevuto in tutta la mia vita (S. adesso starà facendo la ruota come un pavone),  immaginatevi la faccia che avrebbero fatto i militari indiani se avessero saputo che al polso portavo le coordinate geografiche di Gz!!!

Insomma, ero dentro, di nuovo, e cosa volete che sia cambiato da quella parte? Stesse strade sconnesse, stesse case sbilenche, stessi carretti trainati da asini rachitici e guidati da ragazzini ancora piu’ smunti e rumorosi, e le palme impolverate, e quel grigiore un po’ metallico e arrugginito in mezzo al quale la vita nonostante tutto brulica rumorosa e colorata.

E insomma non vi faro’ la telecronaca in diretta minuto per minuto di tutto quello che ho rivisto, della strada che arriva al mare e passa davanti al porto, dell’ufficio con Abu Hussein che quando mi ha vista ha fatto un salto, e dell’ascensore con lo stesso odore e gli stessi sobbalzi, delle scale di cui conosco a memoria ogni lastra di marmo, che non sono ancora finite e ancora hanno finestre vuote che si aprono su pianerottoli ricoperti di sabbia, come quella volta che ho organizzato la serata sul tetto con il tappeto, i cuscini e le luci soffuse, come una tenda tuaregh sulla sabbia al nono piano di un palazzo in centro a Gz...

E non vi raccontero’ degli abbracci, delle strette di mano, dei sorrisi, dei racconti, della gioia di rivedere tutti, tutti sani, tutti bene, e tutti sempre li, con qualche figlio e qualche storiella in più da raccontare, ma sempre con quell’energia che ti travolge e che li tiene lontani da altri pensieri e altri umori.
Né vi diro’ di quei momenti dopo gli abbracci e i saluti, in cui qualcuno come sempre ha avuto voglia di essere piu’ sincero e ha abbassato gli occhi e mi ha raccontato di quello che non succede, delle cose che non cambiano, dell’energia che é sempre piu’ difficile da mantenere sulla faccia tutti i giorni in cui si continua a non vedere nessuna uscita.

E il negozietto che fa i panini al felafel più buoni dell’universo, e il supermercato, e il fruttivendolo che una cosa te la vende e l’altra te la regala, e il ristorante all’ultimo piano di un grattacielo e quell’altro, con una barca appesa sopra l’ingresso e il pesce ‘fresco’ da scegliere sul momento...dove io la prima volta che sono andata stavo per prendere del salmone, il tipico pesce pescato proprio nel braccio di mare di fronte a Gz...Aaarghhh!

E non vi diro’ nemmeno di come ho passato quelle due settimane dentro la macchina del tempo, né di quando sono andata a visitare l’università e ho rivisto il nostro ‘bambino’, il padiglione che avevamo costruito con gli studenti e Felafel&Kebab incredibilmente venuti apposta da roma, e dove ancora rido perché S. si é legato al dito che mentre tutti facevamo la foto di gruppo alla fine, lui era dietro da solo, nascosto sullo sfondo, che spazzava per terra e il suo nome non compare tra i ringraziamenti!!!!...E che sta cadendo a pezzi (il padiglione, non S.) perché non hanno mai fatto un minimo di manutenzione o di pulizia, ma che lostesso mi ha fatto saltare un battito del cuore quando l’ho visto da lontano.

Quello che vi diro’ invece é che certi posti é vero che ti entrano nel sangue e ti impregnano in un modo che non puoi più lavare via... In quell’angolo di mondo, ogni cosa, ogni angolo, ogni oggetto, ogni colore, ogni singolo frammento sono scolpiti dentro di me, a fuoco, e ne sento l’odore, e risento le sensazioni che provavo allora, nello stesso modo. E tutte queste vibrazioni interne a un certo punto sono straripate e mi sono ritrovata sul balcone dell’ufficio a telefonare a S. e a raccontargli e a fargli vedere la vista che abbiamo stampata sulla retina per quante volte ci siamo soffermati a guardarla, con singhiozzi e lacrime che mi uscivano chissà come dal corpo, perché tutta quell’emozione in qualche modo uscisse e non mi facesse scoppiare il cuore.

C’é chi lascia un pezzetto di sé in posti come il gran canyon, o l’islanda, o new york, o la foresta amazzonica...
Io il mio pezzetto di me l’ho lasciato li, in un posto dimenticato da più di un dio e certamente da quasi tutti gli uomini.
E forse ce l’ho lasciato proprio per questo...

Hasta la vista, queridos, alla prossima!

Thursday, 1 November 2018

Viaggio sull'isola che non c'é



E poi, finalmente, una mattina abbiamo preso la barca, e ci siamo diretti verso Sark... Speravo tanto di poter vedere i delfini, che molto spesso affiancano la barca e l’accompagnano per tutto il tragitto, o almeno qualche buffo puffin... Ma S. non si é impegnato abbastanza, e ho visto solo gabbiani! Sarà per la prossima volta :)






















Da St. Peter Port per arrivare a Sark, si passa tra due isole minori, Herm e Jethou, e poi si fa il giro della punta nord dell’isola, fino ad arrivare al minuscolo porto nuovo, dove le barche scaricano i passeggeri e se ne tornano a Guernsay, visto che non possono restare perché il porticciolo non é abbastanza protetto. E arrivando vedi le pareti scoscese che scendono verso il mare, piuttosto irte ma non a picco, ricoperte di piante basse ma fitte e molto verdi, rocce appuntite, e una striscia nera alla base netta e precisa, li dove arriva l’alta marea.
 





















 

















Si perché anche qui, chiaramente, l’acqua si alza e si abbassa a un ritmo che quasi la puoi vedere, e quando la nostra barca ha attraccato, invece di scendere sul molo abbiamo dovuto salire 2 rampe di scale!!! Ci saranno stati 6 metri di dislivello!!! Roba da matti...
 








 


















Quando sbarchi, il porticciolo é composto da un solo molo, e da un arco, che ti porta dall’altro lato della montagna sulla sola strada che sale verso la parte alta e piatta dell’isola. E per salire, o te la fai a piedi su un sentiero attraverso il bosco, oppure molli i bagagli su uno dei carretti che aspettano i passeggeri, e vai a prendere l’autobus... Che a Sark é una specie di trenino a due vagoni trainato da un trattore! Mi ricordo che quando siamo stai al Mar Morto e per andare dal Visitors Center al mare siamo dovuti salire su uno scassone metallico che ci ha fatto percorrere i 500 metri piu frullati e shekerati e rintronati della nostra vita, S. mi aveva detto ‘Hey, sulla mia isoletta (come la chiama lui) per salire dal porto bisogna prendere un trenino molto simile a questo!’, ma io non é che gli avessi dato molta retta al quei tempi... E invece, eccomi qua, sul Sark Bus, che si arrampica su per la strada sterrata a qualcosa come 30° di pendenza, e che in 5 ricchi minuti ti scarica alle porte di Sark...






















E da qui in poi, é tutto cosi’, un mondo a parte, un angolo di tempo che si é fermato... Questo é quello che, io immagino, Sark rappresenta per quelli che vengono a visitarla... Per me, é stato anche un altro passo nella vita di S., un grumo di ricordi e persone e storie raccontate o solo accennate, mille strette di mano ogni 5 minuti di cammino, pinte di birra offerta ora da questo ora da quello, pacche sulle spalle, sorrisi... Una comunità di cinquecento persone, che si conoscono tutte, che si conoscono da sempre, e che da sempre vivono li’, e che hanno visto S. andare e venire, e arrivare adesso con questa tipa di cui hanno già sentito parlare ma che non avevano mai visto, e che hanno accolto con una specie di enorme abbraccio collettivo, senza malizia o curiosità, ma solo con un affetto sincero che riflette l’affetto che provano per lui...

E’ una dimensione che non riesco a capire fino in fondo, troppo lontana dalla vita a cui sono abituata, non posso concepire una vita passata nello stesso posto, con le stesse persone, a fare le stesse cose e a sentire le stesse storie... Ma poi, metto piede su Sark, e mi sembra la cosa piu naturale del mondo, e non vedo altro che il legame tra le persone, il divertimento che deve essere partecipare a una corsa di pecore o a una gara di trattorini tagliaerba, o come deve essere confortevole in un giorno di vento e pioggia chiudersi alle spalle la porta dell’unico pub dove sai di trovare tutte persone che conosci e un divano per allungarti e un giornale da sfogliare... e non mi sembra piu cosi’ assurdo... 

Oi, non dico che potrei venirci a vivere per sempre... Ma tanto per me ‘per sempre’ é un concetto relativo, e ora mi sento di dire che passare un po’ di tempo a Sark potrebbe anche non dispiacermi...

S. mi ha fatto pedelare in lungo e in largo, visto che non ci sono macchine né altri mezzi per spostarsi in giro... E per fortuna che sono allenata con il Velov lionese, senno’ su quelle strade sterrate ci avrei lasciato la dentiera!
Mi ha fatto vedere le rocce appuntite della costa nord, quella che si vedeva dalla barca, attraversando sentieri intagliati nella brughiera, tra i rovi, sul fianco della costa con il mare poco piu sotto e le altre isole sullo sfondo...e dove si trova una roccia intagliata con simboli misteriosi... che pero non sono celtici ma buddisti!!!























Mi ha mostrato tutti i sentieri da cui si possono vedere i vari fianchi di Sark, le sue coste frastagliate, le sue baie azzurre e profonde...
 





































Mi ha portata a Little Sark, attraverso la Coupée, a mangiare insalata di granchio in un villaggio di bambole che quel giorno era persino onorato dal sole! E poi mi ha fatto conoscere i luoghi principali, il pub ovviamente, il posto dove si affittano le biciclette, la scuola, la ex prigione (una casetta fatta da una stanza nel cortile della scuola), il centro culturale (che in altri tempi e luoghi si sarebbe chiamato la Casa del Popolo), la strada dei negozi (!) che sono poi un’infilata di cottages e dove il momento di maggior traffico é quando IL trattore (perché ce n’é uno solo) si incrocia con un carretto a cavalli e piu’ di una bici alla volta!...


























 E poi mi ha fatto fare il giro dei luoghi che sono stati toccati dalla guerra e dove si sono svolte azioni piu o meno eroiche ma ricche di conseguenze nella Storia con la S maiuscola ma anche per le famiglie delle persone che ancora abitano sull’isola, visto che le Channel Islands sono l’unica parte della Gran Bretagna che sia stata invasa e occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, ed essendo cosi’ piccole l’occupazione Nazista ha preso delle pieghe molto particolari... Forse anche in grecia si possono sentire storie simili, non lo so, sarebbe interessante fare delle ricerche...

E comunque, mio malgrado, per tutto il tempo, e lo so che non centra niente, S. me lo hai già detto, non ho potuto fare a meno di sentirmi nella testa la colonna sonora del signore degli anelli mischiata a quella dell’ultimo dei mohicani! Lo so che li’ non c’era niente di celtico e che é solo un cliché, ma che devo fa?? Sorry S.!!!!

Un bacio a tutti e alla prossima!

PS: Vi risparmio il resoconto del mio viaggio in Togo, tanto non é stato particolarmete interessante, e le 10 ore di macchina all’andata e poi anche al ritorno non mi hanno fatto conoscere nessun aspetto dell’Africa che non avessi già visto mille volte...e quindi, vi siete salvati per stavolta! Ciauz!!! :D
 







Ridatemi Toto!

Il Vietnam e la musica non vanno d'accordo...decisamente... Da quando sono ad Hanoi (due settimane) e in particolare in albergo, mi stan...