Due anni sono
passati, e sono successe un sacco di cose, tantissimi cambiamenti... Ma io in
fondo era questo che aspettavo, fin dall’inizio...Non me ne sono resa conto
finché non mi sono ritrovata li, catapultata indietro nel tempo ma con la
sensazione di non essere mai andata via, e di aver sempre saputo che sarei
tornata...
Sono tornata a Gz.... o
a CAZA, come direbbe la cretina di mia cugina ;)
Prima mi sono
fatta una settimana ad Amman, per tenere una formazione a miei colleghi che
venivano da ogni parte del medio oriente, Giordania, Palestina, Libano, Egitto,
Siria...
E’ stata un’esperienza bellissima perché per la prima volta ho potuto
fare una sessione estesa, di 5 giorni anziché i soliti 2, con persone che erano
li’ perché sono stati identificati come focal points per l’accessibilità nei
loro programmi e quindi erano più che interessati a quello che avevo da
mostrargli. E poi per la prima volta ho potuto parlare di tutto, entrando nei
dettagli, facendo esercizi pratici, con loro che mi seguivano nonostante
avessero fatto un’altra formazione la settimana prima e quindi fossero già
belli bolliti... Insomma, é stata una settimana intensa ma ne sono uscita
davvero soddisfatta e con la sensazione che per una volta quello che ho fatto
avrà un seguito utile...
E poi sono
partita per la Palestina, via terra, attraverso il ponte di Allenby con M., il
ragazzo che adesso ha il ruolo che io avevo due anni fa. Solo che lui lo hanno
fatto passare senza problemi, nonostante a Gz lui in questo momento ci lavori. A me
invece i simpatici Indiani (eh si, mi tocca ricominciare con i nomi in codice!)
mi hanno fatto aspettare per 3 ore, venendo ogni tanto a rifarmi le stesse
domande, mentre io ero al telefono con il nostro logista che cercava di
mettersi in contatto con la persona che facilita il passaggio di chi lavora per
le ONG, e cerca di contrattare con gli Indiani. Ma stavolta hanno superato se
stessi e, mai visto nella storia, mi hanno rifiutato il passaggio e l’ingresso
in Indialandia, passaggio obbligato per la Palestina. E’ una roba che nessuno ha mai sentito, che ti facciano fare la
muffa per ore e ore é abbastanza normale, ma che alla fine non ti facciano
passare, non succede a nessuno.
Nessuno a parte me,
naturalmente!
Per cui mi sono
dovuta rifare un’ora di macchina indietro fino ad Amman, dove ho passato il
weekend facendo qualche passeggiata con un collega e finendo per combinazione
nello stesso bar dove avevamo passato una serata con S. quando siamo passati da Amman per andare a Petra... Ed é stato il primo flash, passare
davanti al divanetto su cui eravamo seduti, con la sensazione di vedere le
nostre ombre di tre anni fa, l’impronta dei nostri corpi, in parallelo mentre
io passavo adesso...
Il lunedi mi sono
rifatta tutta la simpatica traversata, mi hanno fatto aspettare altre 3 ore, mi
hanno rifatto le solite domande, mi hanno ripetuto le stesse castronerie (per
esempio che avevo bisogno di un visto di lavoro, cosa che non é assolutamente
vera), facendo i gentili e intanto mettendo in atto tutte le strategie
possibili per farmi innervosire, compreso chiamarmi 2 volte per farmi arrivare
fino allo sportello e poi rimandarmi a sedere, cosi’, senza motivo. Sono
veramente indisponenti, e tutto l’odio che avevo accumulato e dimenticato nel
tempo me lo hanno fatto riuscire fuori cosi’, in un attimo. Come se io ci
passassi perché mi va da Indianapoli, e non perché loro si sono presi tutto il
territorio e si arrogano il diritto di decidere loro chi va e chi non va a Gz,
come se fossero dio...
Lasciamo stare...
Insomma la
seconda volta non hanno potuto piu’ fare orecchie de mercante rispetto alle
telefonate sempre piu incazzate del mediatore, e quindi mi hanno fatta passare.
Il povero taxista, che era lo stesso della volta prima, mi aspettava pure lui
mezzo morto di fame, per cui la prima cosa che abbiamo fatto é stata deviare
verso Jericho e fermarci a prendere un panino con felafel... Ed ero li, su
quelle stesse strade, la rotonda con le panchine, e poi la strada principale
che passa a fianco dell’albergo dove abbiamo fatto la retreat quando la mia
capa ha preso il volo, e poi la strada tutta curve che sale dal mar morto verso
la città, e il punto dove é segnato il livello del mare e che si raggiunge dopo
essere saliti e saliti per almeno venti minuti, tanto é infossata la valle del Giordano...
E poi la città,
che arriva piano piano, e da quel lato ti fa arrivare direttamente nel quartiere
dove abbimo l’ufficio e la guest house... Ed eccola li, la strada che passa
davanti al piccolo supermercato e poi arriva davanti a quella casa come tante, a
tre piani, di pietra bianca di gerusalemme, con il cancello che non si chiude
bene e tre piani di scale su cui trascinarsi la valigia. E alla fine, apro la
porta e sono dentro, e tutto é uguale, persino l’odore... Il divano su cui ho
dormito quando Ben é venuta a trovarmi e tutti i letti erano occupati, la
cucina a vista, il bagno con i tappetini a forma di cerchi colorati, il
terrazzo su cui sono stata attaccata dal corvo mannaro, il tavolo di plastica
verde sui cui con S. abbiamo fatto piu’ di una cena guardando le luci della
città... Mi girava un po’ la testa, non so spiegare la sensazione cosi’ forte
che ho provato a ritrovarmi in quelle stanze, a ritrovare gli oggetti che
riconoscevo e a scoprire quelle poche cose che prima non c’erano...
Il giorno dopo
sono passata dall’ufficio a salutare il capo missione, che non é piu’ Gui
ovviamente, ma un’altro, che io avevo conosciuto ad Haiti e che adesso vedere
in quel contesto mi ha fatto troppo strano. Ma anche li’ l’ufficio é sempre
uguale, la signora delle pulizie che mi ha fatto un sacco di feste, gli altri
(pochi) colleghi che c’erano (visto che quell’ufficio é sempre stato e continua
a essere sempre deserto)...
E poi mi hanno
messa sul solito taxi, con la solita procedura, in viaggio verso sud... Lo
stesso paesaggio, gli stessi nomi che scorrono di fianco alla macchina, le
stesse fermate dell’autobus in cemento a forma di punto interrogativo disperse
nel nulla con gente che aspetta e non si capisce da dove sia arrivata e dove
mai debba andare, che intorno c’é solo deserto... E invece no, intorno ci sono
sempre le colonie, sempre piu’ colonie, che continuano a mangiarsi il
territorio pezzetto per pezzetto... E ci sono sempre i ragazzi ventenni vestiti
da soldato, con le divise verdi e il fucila a tracolla, che chiacchierano
mentre aspettano l’autobus di fianco alla vecchietta con le buste della spesa e
al corvaccio con i boccoli che gli escono dal cappellaccio nero... Tutto
uguale, niente di cambiato...
Niente di
cambiato nemmeno arrivando a Ez, la stessa sensazione da un lato di stomaco che
si stringe, quando quel gigantesco hangar ti si para davanti enorme e
incombente, con tutto quel filo spinato, le telecamere e il muro che ti spezza
brutalmente lo sguadro da quel punto in poi. E dall’altra la sensazione di
potenza, di privilegio, per essere una delle poche persone autorizzate a
passare dall’altra parte, in quella terra che solo pochi possono vedere e tu
sei uno di quelli, una terra che potresti pensare sia finta, sia tutta un’invenzione,
non é possibile che dall’altra parte di quel muro ci sia vita vera, normale...
Eppure tu ci sei stato, e ci stai andando di nuovo, e l’iter é lo stesso, le
cose che ti chiedono sono le stesse, persino la ragazza al secondo sportello é
la stessa, un po’ appesantita, di un
colorito direi verdognolo, con le occhiaie piu’ infossate e lo sguardo piu’
perso nel vuoto, visto che sono 3 anni che sta in quel buco di posto a guardare
i documenti di quei quattro gatti al giorno che passano di li...
Il tunnel é
ancora li, una lunghissima cicatrice di metallo, un’infinita gabbia uncinata al
suolo per un chilometro che non finisce mai. Ma non ci si passa piu’ dentro,
chissà perché hanno cambiato metodo i simpaticoni, e adesso c’é un pulmino
sgangherato che gli corre a fianco e ti scarica dall’altra parte, al primo
check point. E li sorrisi e strette di mano con l’autista, che ancora non ha
imparato a parlare inglese e con cui quindi la conversazione si spegne dopo i
convenevoli, ma che sta bene ed é in forma ed é ancora li’.
Il secondo check
point é un po’ cambiato ma soprattutto non controllano piu’ i bagagli...pensa
che sogno se fosse stato cosi’ all’epoca, sai i chili di salame e i litri di
birra che sarebbero passati nascosti tra mutande e calzini! In realtà non lo so
se avrei avuto il coraggio di farlo, ma é divertente pensarlo. E in fondo di
salami mascherati ne ho contrabbandati non pochi pure io, ma non avrei mai
avuto il coraggio di provarci con l’alcol. Meno male che ho ancora un po’ di
buon senso...
E in quel punto,
subito dopo passato il secondo check point, quello dei barbuti, c’e’ stato un
attimo in cui tempo e spazio si sono concentrati sul mio polso, perché portavo
il braccialetto che S. mi ha regalato e che per tutto il tempo, soprattutto
mentre gli indiani mi trattenevano o mi interrogavano o mi perquisivano, io
sentivo sulla pelle come fosse caldo, come se avesse una vita propria. Perché
su quel braccialetto ci sono le coordinate del punto in cui ci siamo incontrati
per la prima volta, 4 anni fa... e quelle coordinate erano li, in quel punto
preciso, appena passato il check point, all’estremo nord di Gz... E quindi, a
parte che é il regalo più bello che abbia ricevuto in tutta la mia vita (S.
adesso starà facendo la ruota come un pavone), immaginatevi
la faccia che avrebbero fatto i militari indiani se avessero saputo che al
polso portavo le coordinate geografiche di Gz!!!
Insomma, ero
dentro, di nuovo, e cosa volete che sia cambiato da quella parte? Stesse strade
sconnesse, stesse case sbilenche, stessi carretti trainati da asini rachitici e
guidati da ragazzini ancora piu’ smunti e rumorosi, e le palme impolverate, e
quel grigiore un po’ metallico e arrugginito in mezzo al quale la vita nonostante
tutto brulica rumorosa e colorata.
E insomma non vi
faro’ la telecronaca in diretta minuto per minuto di tutto quello che ho
rivisto, della strada che arriva al mare e passa davanti al porto, dell’ufficio
con Abu Hussein che quando mi ha vista ha fatto un salto, e dell’ascensore con
lo stesso odore e gli stessi sobbalzi, delle scale di cui conosco a memoria
ogni lastra di marmo, che non sono ancora finite e ancora hanno finestre vuote
che si aprono su pianerottoli ricoperti di sabbia, come quella volta che ho
organizzato la serata sul tetto con il tappeto, i cuscini e le luci soffuse,
come una tenda tuaregh sulla sabbia al nono piano di un palazzo in centro a Gz...
E non vi
raccontero’ degli abbracci, delle strette di mano, dei sorrisi, dei racconti,
della gioia di rivedere tutti, tutti sani, tutti bene, e tutti sempre li, con
qualche figlio e qualche storiella in più da raccontare, ma sempre con quell’energia
che ti travolge e che li tiene lontani da altri pensieri e altri umori.
Né vi
diro’ di quei momenti dopo gli abbracci e i saluti, in cui qualcuno come sempre
ha avuto voglia di essere piu’ sincero e ha abbassato gli occhi e mi ha
raccontato di quello che non succede, delle cose che non cambiano, dell’energia
che é sempre piu’ difficile da mantenere sulla faccia tutti i giorni in cui si continua a non vedere nessuna uscita.
E il negozietto
che fa i panini al felafel più buoni dell’universo, e il supermercato, e il
fruttivendolo che una cosa te la vende e l’altra te la regala, e il ristorante
all’ultimo piano di un grattacielo e quell’altro, con una barca appesa sopra l’ingresso
e il pesce ‘fresco’ da scegliere sul momento...dove io la prima volta che sono
andata stavo per prendere del salmone, il tipico pesce pescato proprio nel
braccio di mare di fronte a Gz...Aaarghhh!
E non vi diro’
nemmeno di come ho passato quelle due settimane dentro la macchina del tempo,
né di quando sono andata a visitare l’università e ho rivisto il nostro ‘bambino’,
il padiglione che avevamo costruito con gli studenti e Felafel&Kebab incredibilmente
venuti apposta da roma, e dove ancora rido perché S. si é legato al dito che
mentre tutti facevamo la foto di gruppo alla fine, lui era dietro da solo, nascosto sullo
sfondo, che spazzava per terra e il suo nome non compare tra i
ringraziamenti!!!!...E che sta cadendo a pezzi (il padiglione, non S.) perché
non hanno mai fatto un minimo di manutenzione o di pulizia, ma che lostesso mi
ha fatto saltare un battito del cuore quando l’ho visto da lontano.
Quello che vi diro’
invece é che certi posti é vero che ti entrano nel sangue e ti impregnano in un
modo che non puoi più lavare via... In quell’angolo di mondo, ogni cosa, ogni
angolo, ogni oggetto, ogni colore, ogni singolo frammento sono scolpiti dentro
di me, a fuoco, e ne sento l’odore, e risento le sensazioni che provavo allora,
nello stesso modo. E tutte queste vibrazioni interne a un certo punto sono
straripate e mi sono ritrovata sul balcone dell’ufficio a telefonare a S. e a
raccontargli e a fargli vedere la vista che abbiamo stampata sulla retina per
quante volte ci siamo soffermati a guardarla, con singhiozzi e lacrime che mi
uscivano chissà come dal corpo, perché tutta quell’emozione in qualche modo
uscisse e non mi facesse scoppiare il cuore.
C’é chi lascia un
pezzetto di sé in posti come il gran canyon, o l’islanda, o new york, o la
foresta amazzonica...
Io il mio pezzetto di me l’ho lasciato li, in un posto
dimenticato da più di un dio e certamente da quasi tutti gli uomini.
E forse
ce l’ho lasciato proprio per questo...
Hasta la vista,
queridos, alla prossima!
























